17 maggio 2007

TUMORI A LECCE

E' sempre più allarme tumori nel Salento: nuovi dati confermano la provincia di Lecce come l'area a più alta incidenza di cancro della Puglia e, per le patologie legate alle vie respiratorie e ai polmoni, addirittura dell'intero Mezzo giorno d'Italia. Giorgio Assennato, direttore regionale dell'Arpa, lo aveva detto già un mese fa, durante il consiglio monotematico che il Comune di Lecce aveva convocato per discutere degli aspetti legati alla mega centrale di Cerano.
«In provincia di Lecce ci si ammala di tumore molto di più di quanto avvenga nelle province di Brindisi e di Tarante», aveva detto in quell'occasione il professore, riportando i risultati di una
ricerca condotta dal Registro tumori jonico-salentino.
In particolare le aree a rischio, secondo quella ricerca, erano la città di Lecce e la zona tra Martano e Cutrofiano. Ora arrivano nuovi dati, che confermano e rilanciano l'allarme: le statistiche Istat aggiornate al 2001 e le cifre dell'Osservatorio epidemiologico regionale aggiornate al 2002, tracciano una «mappa dei tumori» da cui emerge con chiarezza che il Salento è una vera e propria area di crisi, con punte critiche a Cutrofìano, nell'entroterra otrantino e anche in alcuni comuni del basso Salento.
Ma andiamo con ordine e partiamo dalla relazione dell'Osservatorio epidemiologico, una parte della quale è disponibile da poche settimane sul sito internet dell'ente regionale, che ha esaminato le cause di morte in un arco temporale di cinque anni (dal 1998 al 2002). L'indagine esamina le zone della Puglia a mortalità più elevata e ne individua quattro: «l'area del subappennino danno, l'area del nord barese, alcuni comuni a nord di Brindisi e il Basso Salento». Dopo di che si scompone il dato, individuando quante di quelle morti siano dovute a tumori e qui la relazione è chiarissima, sottolineando «l'eccesso di mortalità per tumore (in particolare di carcinoma polmonare) nei residenti nella provincia di Lecce». Le tabelle che riportano i tassi di mortalità per tumore ogni 10mila abitanti, infatti, dicono che a Lecce nel 1998-1999 il tasso di morte per cancro era del 23,80, un dato che è andato crescendo nel 2000-2001 (24,56) e nel 2002 (25,50).
Contemporaneamente in provincia di Brindisi l'incidenza era più bassa: il 21,68 nel 1998-1999, il 21,92 e il 23,22 nel 2002, mentre in provincia di Taranto la mortalità per tumore era ancora inferiore: l'incidenza era del 21,28 nel 1998-1999, del 22,21 nel 2000-2001 e del 21,59 nel 2002. Decisamente più basse, poi, le cifre riferite alle altre province pugliesi: nel 2002 Bari si attestava al 20,58, Foggia al 20,77.
Particolarmente inquietanti, in questo quadro, i dati riferiti ai tumori di trachea, bronchi e polmoni, il cui tasso in provincia di Lecce si è mantenuto costantemente al di sopra del 5 (il 5,75 nel 1998-1999, il 5,64 nel 2000-2001 e il 5,51 nel 2002), mentre tutte le altre province pugliesi erano al di sotto di questa soglia (Brindisi e Taranto, in media, di un punto, Bari e Pioggia di due punti). La relazione si completa con una vera e propria «mappa del tumore», in cui ogni comune è evidenziato con un colore diverso in base all'incidenza di cancro:
risalta ad occhio nudo come le aree di crisi siano, in parte, il subappennino dauno e, in misura maggiore, la provincia di Lecce, in particolare Cutrofìano, alcuni comuni del Capo di Leuca come
Ugento, Specchia e Morciano (ma anche altri comuni jonici come Sannicola e Aradeo) e la zona di Carpignano e Cannole: qui il tasso di mortalità per tumore si attesta al di sopra del 25,91, un dato assolutamente al di sopra della media regionale.
La Gazzetta del Mezzogiorno 13.05.2007

Posta prioritaria al nuovo Partito Democratico

10 maggio 2007

La Chiesa in piazza

Se Gesù di Nazaret fosse stato così malevolo verso le convivenze di fatto, noi non avremmo una delle più belle pagine del Vangelo, quella della samaritana, che aveva avuto cinque mariti e quello con cui stava non era suo marito. Invece è proprio lei che attinge l’acqua dal pozzo per Gesù e ne ha in cambio l’acqua viva, e poi corre al villaggio ad annunziare a tutti, compresi i suoi compagni e mariti, di aver visto il messia. Se il celibato di Gesù fosse stato tanto arcigno e schizzinoso, così da assurgere a insuperabile presidio della legge sadica di successione nella Chiesa, per cui da Dio Padre al Figlio maschio unigenito ai successori degli apostoli si va per linea maschile fino all’ultimo degli accoliti, non avrebbe consentito che da lui si trasmettesse una forza all’emorroissa né si sarebbe fatto bagnare di pianto i piedi da una donna, né si sarebbe fatto cospargere di nardo né avrebbe avuto per loro parole di vita.

Se la Chiesa di Giovanni fosse stata così ansiosa e zelante come quella di Luca, che nel suo Vangelo non ha voluto includere l’episodio del perdono di Gesù all’adultera, per non indebolire il principio della fedeltà matrimoniale, noi non sapremmo, come invece sappiamo dal Vangelo di Giovanni che se n’è fatto carico, che le adultere non si uccidono, e che perfino la legge mosaica che lo prescriveva è scritta come col dito sulla sabbia, e basta una folata di vento, del vento della grazia, a spazzarla via.

Se la Chiesa che fu di Ruini non fosse così convinta che dove non basta la predicazione ci vuole il deterrente di una legge restrittiva, e che se i cattolici non obbediscono in casa sono tenuti ad obbedire almeno in Parlamento, non manderebbe le folle in piazza con preti e parroci in testa per dire “famiglia, famiglia”, e in realtà per cambiare la politica del Paese. Si rompe così l’unità del presbiterio, e si divide la Chiesa in fazioni. Per “supplicare” che essa non facesse un simile errore, Giuseppe Alberigo ci si è giocata la vita.

Ci fu un’altra volta in cui la Chiesa tentò un’operazione del genere, e fu quando fece scendere a Roma trecentomila militanti della Gioventù cattolica, con un uniforme berretto verde sul capo, perciò soprannominati “baschi verdi” (non c’era ancora la Lega), per una manifestazione di anticomunismo (che era il grande coagulante di allora). Quando De Gasperi li vide sfilare, disse: gridano per il papa, ma marciano contro di me. Da quel trauma la Chiesa si riebbe solo col Concilio, e Carretto andando nel deserto.

Certo, è molto umano che quando non ci si riesce da una parte, ci si provi dall’altra. Se non si riesce con la fede, proviamo col progetto culturale, con la politica, con la natura. E siccome la Chiesa sa cos’è la natura, non dice alla politica “segui me”, ma “segui la natura”: la famiglia naturale, la natura umana del materiale genetico che diventa uomo già sul vetrino, le relazioni naturali e perfino, com’è accaduto, la conformità alla natura della pena di morte, purché non dell’innocente. Tutte cose che varrebbero lo stesso, come diceva Grozio, “anche se Dio non ci fosse”.

Per l’appunto Dio ha fatto lo sforzo di incarnarsi quando ha visto che con la “natura” l’uomo non andava troppo lontano. Ci voleva dell’altro, ed è per quest’altro che è nata la Chiesa.

Del resto neanche alla politica basta seguire la natura. Questo lo credeva Aristotele, che pensava alla politica come all’attuazione di una scienza, di una verità, che “sta sopra” (l’epistéme), per cui sarebbe secondo natura, e necessario, che ci sia “chi comanda e chi è comandato” e che il maschio comandi sulla femmina, essendo “l’uno per natura superiore, l’altra inferiore” (vedi alla voce “politica” del Dizionario di teologia della pace, EDB). Invece la politica è un artificio, è un prodotto della cultura. Un artificio è la democrazia, e infatti rischiamo ogni momento di perderla. Ma un artificio è anche lo Stato: e perciò non può essere “perfetto”, cioè del tutto autosufficiente, come pretendeva lo Stagirita; anzi è proprio questa idea di avere per natura tutti i mezzi necessari e di non aver bisogno di nessuno, che ha fatto dello Stato un “sovrano” in guerra contro gli altri Stati.

E artificiali sono i regni. Non c’è niente di più innaturale di un re. Ma intanto, se gli uomini non si fossero inventati il re (e Dio non voleva, come disse a Samuele) Gesù non avrebbe potuto usare quella metafora per annunciare il “regno di Dio”: nella natura, oltre la natura, nonostante la natura.

di Raniero La Valle - su Rocca del 1° Maggio 2007

La Tragedia di Castellaneta - Comunicato di Medicina Democratica

Il tragico errore nell'ospedale di Castellaneta poteva essere evitato? Probabilmente sì se la ASL avesse avuto un concreto diritto di parola in sede di collaudo dell'impianto dei gas medicali che anziché portare nel nuovo reparto di terapia intensiva cardiologica ossigeno, portava al letto del èaziente un anestetico. Per concreto diritto di parola si intende la presenza di tecnici di sua fiducia, meglio dipendenti, che non prendessero solo atto di quanto certificato dalla ditta costruttrice ma che verificassero, con strumenti e competenze proprie, quanto erroneamente certificato. E' avvenuto ciò? Ne dubitiamo a meno che la dotazione di ingegneri nella ASL di Taranto sia eccezionalmente florida rispetto al panorama regionale.
Perchè una situazione simile in Puglia è solo un miraggio. Le leggi del centro destra che nel 2000 hanno bloccato per quasi cinque anni le assunzioni e l'acquisto di beni nel servizio sanitario hanno ridotto al lumicino le risorse umane nelle nostre ASL e soprattutto nelle strutture di supporto come le aree tecniche. Non ci sono ingegneri, sono pochi e mal attrezzati e tutte le attività appaltate come l'antincendio, i gas medicali, la manutenzione elettrica ed impiantistica si svolgono senza una vigile attività di controllo da parte di personale di fiducia della ASL. Ciò vuol dire che le ditte appaltatrici fanno quello che vogliono naturalmente guardando soprattutto alla riduzione dei costi ed all'aumento dei profitti.
La volontà di invertire questa situazione trova ostacoli nelle norme che i governi di centro destra prima ed ora quello di centro sinistra hanno dettato riguardo ai costi del personale degli enti pubblici nelle ultime leggi finanziarie: la costante riduzione della spesa del personale rispetto agli anni passati è un severo paletto posto alla gestione delle nostre ASL. E poco vale il discorso che l'aumento del costo del personale potrebbe ridurre il ricorso a manutentori esterni o i costi stessi di manutenzione perché si gestirebbe in proprio il primo intervento. Sono argomenti che non valgono di fronte alla giustizia contabile. E allora si tagli sul personale proprio e si appaltino all'esterno i servizi così la voce costo del personale potrà essere ridotta.
Le commissioni per il rischio clinico e gli uffici per la sicurezza in staff alle direzioni generali, evocati come rimedio dalla Ministra alla Salute nella terribile circostanza di Castellaneta, possono soddisfare esigenze mediatiche del momento ma non possono risolvere il problema. Tanto più che gli uffici per la sicurezza già esistono e sono già in staff alle direzioni ma sono costituiti da pochissimo personale e così possono controllare ben poco.
Si torna quindi al problema iniziale. Le lacrime di queste ore da parte della politica rischiano di apparire di coccodrillo se non si metterà il servizio sanitario in condizioni di acquisire una capacità di controllo reale sulle attività di supporto a quella sanitaria. E ciò rimuovendo subito gli ostacoli legislativi che impediscono alle ASL di arruolare il personale necessario.
Gino Stasi

Sezione Pugliese
3291184097